
“Se la neve è silenzio che scende dal cielo, la pioggia forse è una interminabile catena di frasi.”
Scritto dopo “La vegetariana” e definito dal la stessa autrice «quasi un suo lieto fine», “L’ora di greco” si esprime come un teorema sul linguaggio in chiave poetica e filosofica che sollecita lo spirito del lettore guidandolo verso una raffinata forma di estetica attraverso “una voce limpida e familiare che arriva da un altro pianeta”.
Quest’opera vede il nebuloso intreccio di due sofisticate sensibilità: quella di una donna, i cui traumi le hanno spezzato le parole, che da anni oramai sente morire alla radice della sua lingua, e quella di un uomo, un insegnante di greco antico che piano piano sta perdendo la vista. Lei muta, lui destinato al buio si incontrano in un corso di lingua che diverrà la materia su cui si svilupperà il loro silenzioso legame.
Una narrazione che tra sospiri e non detti esplora i territori nascosti di questi personaggi, restituendo pagine dense di vissuti e fragilità, di pensieri e di interminabili silenzi: due intimità perfettamente complementari che comunicano con muti soliloqui, soppesando pieni e vuoti, mancanze e presenze, violente perdite e desiderate assenze in una dimensione di totale solitudine e privazione.
“È un silenzio freddo e rarefatto, come un’ombra privata del proprio corpo, come il tronco cavo di un albero morto, come lo spazio oscuro tra una meteora e l’altra.”
Al centro vi è la lingua e le sue possibilità di espressione che ne avvalorano l’intrinseca funzione sociale: reciprocità e comprensione, bisogni fondamentali per la natura umana. Cosa accade quando le parole vengono perse? È possibile ritrovare se stessi attraverso una lingua morta?
Il greco, questa lingua tanto antica quanto desueta, qui rappresenta uno spazio neutro – un foglio bianco sul quale potersi riscrivere – in cui poter sostare senza sentirsi inadeguati nelle proprie incapacità, così come si tramuta in un porto sicuro – in una possibile stanza terapeutica – dove poter rileggere ed elaborare il progredire di una incurabile patologia, e dove potersi proiettare in un futuro di ombre e ricordi.
In questo libro il linguaggio viene interrogato con intimità ed emozione, come auspicabile luogo di rinascita o di perdita, dove le pause si possono dilatare sino a pervadere ambienti e atmosfere. Intorno a questo sottile e misterioso enigma linguistico ed esistenziale ruota tutta la struttura del romanzo e le identità dei protagonisti che, attraverso le loro ore di greco, giungono a taciti compromessi fatti di speranze, rifugi e certezze.
“L’ora di greco” è un racconto che sembra quasi muto e privo di azioni in cui però, pur non succedendo nulla, tanto avviene, nel pensiero, nel cuore, nei silenzi e nella coscienza di questi personaggi e delle loro solitudini.
Un’opera che mostra tutto lo spessore stilistico di questa autrice: una penna originale, profonda e misurata che con affascinante fluidità si insinua tra le penombre dell’animo umano per abitarle e rifletterle con naturale eleganza. Un libro ricercato, personale e poetico.
“Questi due verbi significano soffrire e apprendere. Sono quasi identici, vedete? Qui Socrate ricorre a una sorta di gioco di parole per dirci che si tratta di due atti simili.”
“L’ora di greco” di Han Kang, edizioni Adelphi. Libri e Pensieri.
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Ortona iniziativa…
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